Una nuova scuola sta nascendo?

Una non-lezione su Alberto Manzi.
Appunti personali sulla scuola in un momento d’emergenza.

Di Alessandra Falconi, Centro Alberto Manzi


Ogni giorno Google Alert avvisa di un nuovo articolo in cui Alberto Manzi è citato.
Con le scuole chiuse e la didattica da ripensare, non si può non parlare della sua esperienza e di quello che ancora oggi possiamo provare a domandarci.
Chi sostiene che finalmente la scuola farà un passo obbligato verso il digitale e questo la trasformerà in modi non ancora chiariti e ben visibili.
Chi chiede di fare attenzione al non risolto divario digitale che rischia di lasciare fuori alcuni bambini, solitamente quelli più fragili o comunque in condizioni più difficili (pensiamo, ad esempio, alle scuole di montagna e alla poca connettività in generale).

Le questioni sono tante e “in media res” è importante osservare e osservarsi. È troppo presto per formulare risposte, ma è un tempo giusto per precisare le domande.

Questa situazione emergenziale, se penso all’esperienza umana e professionale di Manzi, mi interroga profondamente:

  • Quale scuola facciamo tutti i giorni nelle nostre aule? Se le aule sono inagibili (ora è il coronavirus, in altri casi fu il terremoto, pur con profonde differenze che però terrei in mente), quale scuola possiamo fare?
  • Cosa c’è intorno alla scuola e quale ruolo ha?
  • I bambini e le bambine, la loro quotidianità e crescita, le loro tante infanzie che risposte necessitano?

Partiamo dalla prima domanda.
Solitamente, la didattica è ancora improntata sull’idea che un insegnante abbia cose da spiegare e un alunno cose da ascoltare e imparare. Certo, la didattica non la si contiene in una frase così banale e le esperienze sono di una ricchezza incredibile, ma osserviamo cosa accade a una maestra con il mal di gola: non fa più scuola come la fa solitamente. Se non può parlare, deve inventarsi altro. Alberto Manzi, splendido divulgatore scientifico, poteva permettersi il lusso di spiegazioni entusiasmanti. Avrebbe tenuto i suoi alunni con il fiato sospeso, trasformando le avventure di un prato nella più mirabolante delle cose immaginabili nel totale rigore scientifico. Eppure non spiegava nulla. 
Il problema quindi di trasferire le spiegazioni dal frontale al digitale diventa mal posto se si prende Manzi come riferimento. Alberto Manzi riteneva che l’insegnante dovesse saper creare una “tensione cognitiva”: un desiderio tale di imparare, un impulso così forte da far sentire al bambino l’imparare come un’urgenza personale.
Occorre allora che l’insegnante sappia aiutare i suoi alunni nel costruirsi le motivazioni all’apprendere, che non sono date e scontate, ma sono continuamente create, nutrite e mantenute (Pier Cesare Rivoltella). Occorre la passione dell’insegnante: un bambino segue la sua maestra anche in capo al mondo se lei è convinta di quel viaggio. Perché invece dovrebbe mettere impegno in qualcosa che annoia noi adulti per primi? La tensione cognitiva è anche nutrita dall’autonomia del bambino e dalla sua personale responsabilità: un bambino che può fare, disfare, smontare, cambiare, proporre, organizzare, intervenire, modificare… è un bambino chiamato in causa nella sua interezza. Spesso tutti questi verbi hanno bisogno di un corpo attivo, non uno seduto sulla sedia lottando contro ogni naturale desiderio e bisogno di alzarsi e muoversi.
Allora possiamo chiederci: come facciamo a nutrire la curiosità dei bambini ma anche a chiamarla in causa quando il nostro alunno è lontano da noi? Come possiamo favorire l’autonomia sapendo che le situazioni in famiglia sono tanto diverse? Come possiamo mantenere la motivazione anche a distanza?
Alla base di tutto, occorre fare i conti con il bisogno dei bambini di relazionarsi con l’insegnante: la relazione richiede all’adulto di non far cadere nel vuoto le emozioni dei bambini, le loro situazioni contingenti, gli ostacoli e le opportunità.
Ci sono maestre che hanno letto favole ai loro alunni e le hanno mandate via WhatsApp ai genitori. In questo caso, guardare su youtube un’attrice leggere la stessa favola non avrebbe avuto lo stesso valore: è la tua maestra, lo ha fatto per te, è il suono della sua voce, è il rito di leggere insieme a voce alta.
Se però la stessa maestra non resiste all’idea di spiegarti biologia online, ottimo cercare Telmo Pievani (e tanti altri) che ha un’oratoria splendida e accattivante anche per i bambini.
Perché Manzi ci insegna che le tecnologie fanno il loro mestiere e tutto quello che c’è di buono in un contesto va usato: fu la tv con Non è mai troppo tardi, fu la radio in Argentina, furono le videocassette con i migranti. Lo strumento fa da strumento, ha una sua grammatica che non si improvvisa ma che ci permette di scrivere testi e mondi nuovi.
Se chiedo ai bambini ore su YouTube o in piattaforma ho anche il problema del divario digitale: nessuna possibilità, in tanti casi, di accedere a internet per tempi lunghi o scaricando quantità di dati. Anche solo perché in famiglia due figli hanno scuola e mamma e papà devono lavorare, con quella sola e unica connessione. Forse. Oppure c’è l’hotspot del cellulare.
Ecco che allora l’esperienza di Alberto Manzi ci insegna a fidarci dell’autonomia dei nostri bambini. Mi spiego meglio. Se riteniamo la scuola il luogo dove si costruiscono esperienze, quali esperienze possiamo ancora vivere quando la scuola è impraticabile? Siamo chiusi in casa. Franco Lorenzoni suggerisce di studiare come si comporta la luce: sicuramente abbiamo una finestra e sicuramente possiamo fare un buco in un cartoncino. Se proprio non avessimo nemmeno lo scotch (e qui si vedono i maestri fuoriclasse), abbiamo acqua e farina. La casa diventa un formidabile luogo per apprendere: abbiamo sicuramente un uovo in frigorifero e nuvole da osservare (e questo ve lo prepariamo noi come Centro Alberto Manzi), abbiamo certamente materiale di scarto per inventare mostre e musei (lo ha proposto una maestra di Rimini – Simona Capelli), hanno sbloccato materiali professionali l’artista Hervé Tullet e l’architetto Mao Fusina, abbiamo qualcosa da seminare per ammirare la vita che cresce, come hanno proposto alcune maestre umbre per realizzare un giardino a scuola (al rientro) e per addomesticare gentilmente il tempo. Queste esperienze scolastiche ci dicono che la scuola può anche non avere un bisogno indispensabile della tecnologia: certo, serve per condividere domande, immagini, osservazioni, scoperte ma capiamo bene che qui il divario digitale si fa meno massacrante per i nostri alunni. Qui la scuola si fida dei bambini: misureranno un uovo, una nuvola o la luce, allestiranno un museo di carte stropicciate o di oggetti minuscoli… 
Questa è una scuola che si avvicina meglio ad Alberto Manzi. 
Il terremoto ci ha distrutto le scuole ma ha lasciato che i bambini stessero insieme, come ci ricorda il sociologo Stefano Laffi. Sappiamo quanto la comunità sia scuola: i bambini imparano insieme, hanno bisogno di essere insieme.

Il Covid ci ha tolto anche questo. Ma i bambini hanno comunque una piccola e sgangherata comunità: la loro famiglia. Penso che Alberto Manzi si sarebbe fatto tante domande su questo: quale sostegno umano per i genitori? Quali richieste fare loro perché non si sentano in difficoltà? Non è alzando l’asticella della fatica che si migliorano le cose. I genitori, all’improvviso, saranno in difficoltà sullo studio della grammatica o del corpo umano. Ma possono aiutare i bambini a farsi domande, possono ascoltarli, possono guardarli mentre si gestiscono la loro amata scuola, mentre si chiedono cosa starà facendo la maestra. 
Possono cominciare a raccontarsi, perché racconto chiama racconto
Poi c’è la comunità: siamo l’ottava potenza mondiale (forse non esattamente ora). Abbiamo professionisti in tutte le discipline e campi. Lasciamo che facciano il loro mestiere aiutando la scuola: gli attori leggano storie, gli scrittori le scrivano; i musicisti ci aiutino ad amare la musica (poi sentiremo il bisogno di impararla); i poeti ci diano un po’ di leggerezza.
E allora, giù di link ai genitori per segnalare ogni cosa possibile, ogni piccola opportunità. Il filtro dell’insegnante è fondamentale.
E bussiamo alla porta di tutte le tecnologie: la radio continua a trasmettere, la tv sta accesa in tutte le case. Chiediamo loro di fare il massimo. È il minimo.

Ma il cuore di tutto restano i bambini e le bambine e il sogno di una scuola che non è luogo di trasferimento di file e spiegazioni, ma spazio per coltivare le loro tante infanzie e il gusto del mondo, per giocare con la realtà e provare a capirla e ammaestrarla anche quando è incomprensibile.
E mai, come adesso, abbiamo avuto bisogno di maestri e maestre.
E, per fortuna, li abbiamo.


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